Quando i lettori mi scrivono.
di Pigi Mazzoli
(pubblicato in "Pride", ottobre 2004)

Ebbene sì, scrivo su Pride dal maggio del 2000. Io avrei voluto tenere una rubrica di posta del cuore, a modello di quella di Natalia Aspesi sul Venerdì di Repubblica. Certo che, se ne avessi avute le capacità, avrei ancor di più preferito clonare le Bustine di Minerva di Umberto Eco ma, conscio dei miei limiti, miravo più in basso. Ho accettato di buon grado di scrivere attorno al sesso sicuro, come prevenzione e come problematiche dei sieropositivi, con cognizione di causa perché io stesso sieropositivo e perché io stesso alle prese con “ciò che si può fare e ciò che non si può fare”. Alle mie nulle credenziali letterarie contrapponevo una congenita vena polemica, con la capacità di dire tutto e il contrario di tutto. Questo mi ha fatto andare a volte alla deriva e scrivere pezzi di costume con accenti comici, spero. Fin dall’inizio ho indicato la mia e-mail, convinto di ricevere tanta di quella posta da dover assumere un segretario che mi coadiuvasse nelle risposte. Non è stato così. Alcuni mesi ricevo una decina di lettere, altri solo un paio, a seconda di quanto gli argomenti riescono a toccare le corde più intime dei lettori, ma non solo, come vedremo più avanti.
Non ho ricevuto nessuna lettera di critica o di insulti, il che mi ha preoccupato un poco. Voleva dire che le cose che dicevo erano tanto ovvie e scontate da non suscitare nessun sentimento avverso? Non credo, così fosse non avrei ricevute le tante missive di affetto, partecipazione e intima comprensione. Credo che il nocciolo sia nel titolo che la rubrica ha avuto per qualche tempo: “A nudo”. Dove, col titolo, cercavo di chiarire fin dall’inizio che nello scrivere avrei cercato di essere onesto e nel parlare delle mie cose non avrei barato raccontando solo il lato migliore, ma anche le cose che sono difficili da confessare, anche agli amici. Perché io sono contrario ad avere una facciata pubblica e un lato privato nascosto. Ho grossi problemi ad accettare la riservatezza come diritto, senza vederne la valenza di bugia. Questo vale dal coming out, quando non dichiarare l’omosessualità equivale a lasciar suppore la propria eterosessualità, all’essere sieropositivi e non dirlo al proprio amante, che supporrà di avere uno sano come un pesce nel proprio letto. Non metto in discussione la legge sulla privacy, sono anzi assolutamente convinto del suo valore e della sua civiltà. Ma vedo la sincerità come un valore aggiunto. Se sei un politico gay nessuno deve obbligarti a far sapere tutto della tua sfera privata, ma se lo fai io mi fiderò di più di te, e se mi chiederai dei sacrifici io farò meno fatica ad accettarli. Se sei sieropositivo e vuoi fare del sesso senza coinvolgimenti affettivi, hai tutto il diritto a tacere il tuo stato di salute, purché tu prenda tutte le precauzioni per non infettare il tuo compagno occasionale. Ma quando quello che ti sei portato a letto una sera per uno sfogo, dopo tre mesi è ancora lì, al mattino, fra le tue lenzuola, il non avergli detto ancora nulla è forse un po’ disonesto. So quanto sia difficile dire certe cose, soprattutto quando gli eventi non te ne hanno dato la possibilità. le cose spiacevoli non sono mai facilitate da alcunché, anzi, c’è sempre un elemento a sorpresa che ti fa rimandare il momento.
Alcuni non sono stati argomenti facili da digerire. Mi aspettavo dunque delle lettere dissenzienti. Se non sono arrivate forse è proprio perché non si spara sulla Crocerossa, Dichiarando i miei difetti, i miei egoismi e le mie meschinità ho reso ogni critica priva di senso. Così come dichiarando la propria omosessualità non si è più ricattabili, così come confessando la propria sieropositività si evitano recriminazioni e sensi di colpa, allo stesso modo, cercando di essere sincero anche rispetto ai miei lati peggiori, mi sono sottratto alle critiche.
Non l’ho fatto per una vocazione incontrollabile per la confessione, non sono cattolico e anche da piccolo, in chiesa, obbligato a raccontare, mentivo spudoratamente.
L’ho fatto per essere d’esempio. Il mondo è pieno di eroi e di dannati, le mezze misure sono di solito noiose e di loro non si parla. Ne parlo io, in prima persona, convinto che si può essere decorosamente normali, non idealisti, non martiri, ma umani, quindi difettosi per natura. io mi sono accettato e ne ho tratto giovamento, vi esorto a seguire la mia ricetta.
Ho scritto fino ad oggi una novantina di pezzi per Pride. Non è stato facile, a volte, trovare l’ispirazione sincera per trovare un nuovo argomento, e talvolta è arrivata all’ultimo momento prima di andare in stampa. Questa, lo confesso, è una di quelle. Sto cercando di scrivere una riflessione sui rapporti tra gay e lesbiche, dal punto di vista tutto parziale di un gay, quale io sono. Il pezzo è fermo alla terza riga. Già tutti mi mettono in guardia su cosa non scrivere sulle lesbiche perché in passato è successo che una parola di più abbia scatenato le ire delle nostre compagne di viaggio, per cui ancor meno l’articolo va avanti. Consegnando in redazione l’inchiesta sugli orsi pubblicata in questo numero, Giovanni dall’Orto, mostrandomi le mie due pagine ancore bianche nelle bozze della rivista, pur terrorizzato dai miei usuali ritardi non si è fatto prendere dal panico. “Scrivi un pezzo sulle lettere dei lettori, su cosa ti chiedono e perché” mi ha suggerito. Buona idea, ho detto, ma non posso fare nomi, neppure scrivere i reali contesti, non sono lettere spedite per essere rese pubbliche, sono sfoghi, richieste di comprensione, sono disvelamenti fatti come in confessionale, con la certezza che resteranno segrete.
Di alcuni avrei tanto da scrivere, della loro intrinseca follia, ma al di là della mia volontà di non offendere nessuno, seppur diverso da me, resta anche la certezza che proprio questa diversità mi arricchisce, mi fa vedere le cose da un altro lato. Al lettore che mi chiede se ecstasy ed alcool associati facciano male al suo stato di salute di sieropositivo, posso solo rispondere che io ho smesso di mangiare biscotti perché contengono margarine vegetali cotte ad elevate temperature e che per la nostra salute è meglio del burro fresco su di una fetta di pane, magari con un po’ di miele sopra. Oppure, con crescita esponenziale delle mie perplessità, al lettore che chiede se dire, ed eventualmente come dire, al proprio fidanzato di essere diventato sieropositivo per una segreto tradimento, io rispondo raccontando di me e Franco, di come non ci mentiamo mai, neppure in quelle cose che potrebbero fare male a entrambi, dirle e sentirle dire, come i dubbi sul proprio rapporto, il senso della vita, le nostre private tristezze.
Non ho la stoffa di Natalia Aspesi, l’ho capito, le mie risposte non sarebbero di giovamento alla totalità dei lettori. Ugualmente mi fa piacere ricevere le lettere, divento rosso di emozione quando leggo i complimenti, e cerco di rispondere dando quello che ho senza barare.
Molte lettere sono arrivate per tutto il periodo in cui ho parlato di malattie veneree. L’idea della rubrica “A letto con Pigi” era di smitizzare, fin dal titolo, l’informazione fredda e sottilmente moralista che può provenire dal mondo medico. L’idea, non mia, del direttore, era di parlarne come paziente, allontanandosi dalla tentazione, o il dovere, di apparire scientificamente ineccepibili e sommamente colti, che avrebbe un medico, per essere invece alla pari, partecipe degli imbarazzi, paure, smarrimenti che ogni paziente, chi più e chi meno, prova quando deve curarsi per certe cose. Una parte di queste lettere cercava conferme su concetti già espressi negli articoli, ma con maggiore precisione o con un linguaggio più esplicito, segno che al di là del dire le cose in modo impeccabile, servirebbe dire le cose adattandosi di volta in volta alle capacità dell’interlocutore. I medici lo saprebbero ma ve ne sono alcuni che, per mancanza di tempo o di capacità, trattano tutti i pazienti come imbecilli, non spiegando nulla, o come scienziati, spiegando tutto ma senza controllare se dall’altra parte vi è stata reale comprensione.
Specificatamente molte lettere, a decine, sono arrivate per chiedere lumi sulla crema antivirale che può far regredire i condilomi. Questo per il fatto che quando ne hanno chiesto ai propri medici si sono sentiti rispondere che non ne esistevano. Brutto segnale, la medicina, e la farmacologia, evolvono rapidamente e i medici dovrebero rimanere aggiornati. Certamente fra lavoro e vita privata non hanno tempo per questo, ma poi chi ne paga le conseguenze sono i pazienti. Attraverso le vostre lettere ho saputo di medici che prescrivono psicofarmaci ormai superati, o di altri che non sanno come si cura correttamente uno scolo o una sifilide. A quel punto ho iniziato a consigliare, a chi ne avesse la possibilità, di consultare più di un medico e di riflettere sulla diversità delle diagnosi e delle cure proposte, e di andare nei grossi centri antivenerei per le malattie a trasmissione sessuale, sperando che, essendo in equipe ed operando in un campo specifico, essi possano essere maggiormente informati e aggiornati rispetto all’anziano medico di famiglia. E questo di solito è vero.
Certamente però sono convinto che certi argomenti, come lo scat, che sarebbe l’uso delle feci nei rapporti sessuali, siano veramente imbarazzanti da trattare col proprio medico. Per cui sarebbe opportuno che proprio su queste pratiche di nicchia si facesse ancora maggiore informazione generale.
Se una considerazione finale mi è possibile su sessualità e salute, auspicherei che nelle scuole, fin dalle elementari, si facessero lezioni di igiene e medicina, a partire dalla corretta alimentazione fino all’uso di farmaci e droghe, dalla pulizia personale fino all’asepsi per iniezioni e medicazioni, dal come costruirsi in gioventù un fisico sano fino a come affrontare l’invecchiamento, proprio ed altrui. Sembra che tutti questi siano argomenti tabù, che sia maleducazione parlarne. Così poi ci ritroviamo impreparati nei problemi che la vita inevitabilmente ci porterà.
Altre lettere erano di disperazione, perché a volte tutto sembra andare per il verso sbagliato. Anche se ognuna di esse era una stilettata al mio buon umore, sono stato felice di riceverle, onorato, orgoglioso. Ho fatto quel che ho potuto, poco, e sono quei momenti in cui vorrei avere mille vite da spendere per essere amico di tutti, seppur senza sapere come agire, almeno essere vicino ad ognuno quando serve una spalla su cui piangere, o serve un orecchio che ascolta e un cuore che partecipa. Da altre lettere ho capito che alcuni, pur avendo molti amici, non si fidano di loro, o meglio non hanno con loro un vero rapporto di fiducia e nelle difficoltà si sentono, e probabilmente sono, soli. Mi verrebbe da generalizzare su certe amicizie superficiali da discoteca o da chat, ma credo invece che a volte di questa superficialità si sia colpevoli in due. Costruire delle vere amicizie è un costo in tempo, attenzioni, amor proprio e soprattutto intelligenza. Sperare che prima o poi arriverà il principe azzurro, o l’amico complice amante, e che nell’attesa basta solo divertirsi, è un cattivo investimento della vita, e questa è una delle poche cose di cui sono assolutamente certo. Siate leali con gli amici, e quando arriverà il principe siatelo anche con lui. Non fatemi snocciolare i soliti luoghi comuni di “chi trova un amico trova un tesoro” o “della cicala e della formica”. I rapporti umani sono un buon investimento, ma forse si deve avere la vocazione a ciò, e nel mondo molte “cicale” hanno avuto vite meravigliose, non lo so. Io vi posso solo raccontare di quanto bene ho ricevuto dagli amici e di quanto io li ami, anche nei loro difetti e nelle loro irritanti diversità. Ma io son fatto, per mia fortuna, così.
Fra tutte le lettrici lesbiche di Pride, e mi dicono che sono molte, una sola mi ha scritto. Una donna manager, credo mia coetanea. Abbiamo una piccola corrispondenza, fatta di brevi ed affettuosi messaggi, sempre dandoci del lei. A volte nelle mie rubriche scrivo cose un po’ forti, a volte interi periodi vengno addirittura depennati dal direttore (“pensa alla sensibilità di ogni lettore di Pride” mi ripete spesso). Ecco, il maggiore imbarazzo con questa lettrice è di averle fatto leggere certe cose (come dire?) scritte strizzando l’occhio ad un altra finocchia sporcacciona come me. Per cui qui mi scuso con lei e con tutti gli altri e le altre, quelle che possono sembrare gratuite volgarità fanno parte di un grande disegno demistificatore: non esiste la perfezione, la purezza, la santità, siamo uomini, e donne, esseri imperfetti e meravigliosi.
Al prossimo mese, vi penso.