Dell’amore.
di Pigi Mazzoli
pigi.mazzoli@libero.it
(pubblicato in "Pride", gennaio 2006)
Mi perdonerete se questo mese, anche questo mese, il mio scritto non scorrerà lieve. Pur non volendo apparirò anche un po’ retorico, passate oltre ai difetti della forma. Cercate di badare alla sostanza delle cose.
Un altro amico morto di AIDS. Se siete miei lettori affezionati sapete che di ogni morte mi faccio una ragione, per forza, per sopravvivere. E sapete anche che per ogni nuova infezione evitabile io faccio un dramma, perché è un’altra vita rovinata.
Ora il caso è un po’ diverso, perché l’amico morto non aveva confidato a nessuno di essere sieropositivo, men che meno di essere in AIDS, anche perché neppure lui ne aveva la certezza. Non aveva mai fatto nessun esame per conoscere quante difese avesse conservato, non aveva mai preso in considerazione l’eventualità di curarsi. Ma non ha detto nulla ai suoi amici, neppure quelli più intimi e di più lunga data. Neppure a me che sono dentro fino al collo in questa situazione. Ovviamente ci siamo sentiti offesi, sminuiti come amici. I più razionali di noi, per come è stata affrontata la malattia, per non aver sfruttato le cure disponibili, ed allora ci consoliamo con le attenuanti: se fosse vissuto a Milano dove se sei sieropositivo non vieni abbandonato dai conoscenti, se avesse avuto un lavoro sicuro, non contratti che ti rinnovano di volta in volta, forse, senz’altro, si sarebbe comportato diversamente e probabilmente sarebbe ancora qui.
Questo è un necrologio anonimo, perché c’è un fidanzato ora solo, anche lui sieropositivo, forse anche lui in AIDS, che deve continuare a vivere. Deve decidere ora da solo se curarsi, se cercare aiuto dagli amici, se dirlo ai parenti. Il tutto nel dolore della mancanza.
Parlando con un amico. Mi dice: “Tutto quel casino inutile sui matrimoni gay, non conosco nessuno che anche se ci fosse il matrimonio vorrebbe sposarsi, una cosa inutile”. “Sì certo” dico io falsamente accondiscendente, per poter aggiungere “a parte chi sta morendo e ha la famiglia che odia il suo fidanzato”.
Io ne conosco di coppie gay che vorrebbero sposarsi (scusate la semplificazione dei termini, badiamo per un momento all’essenza dei diritti e non al nome), ma io fra i pochi amici che ho conservato ne ho parecchi che sono attivisti, anche solo nel loro piccolo, e che si sono dichiarati fra i parenti, al lavoro, con i vicini. All’uovo oggi preferiscono la gallina domani.
Non per abbassare il matrimonio ad un bene di consumo, ma finché non ci sarà una tutela per le unioni gay non potrà neppure venire in mente che cosa si potrebbe fare della nostra vita. Al primo incontro soppesate il tipo di fronte se sarà un buon bocconcino a letto, al secondo magari siete già a considerare se sarà un buon compagno di bisbocce estive (Preferirà Ibiza o Mikonos, oppure qualcosa di più culturale? E sarà un buon complice per andare a caccia del terzo?). Ma se ci fosse una tutela legale ai nostri affetti, forse i nostri pensieri andrebbero un poco più oltre (Potremmo comprare casa assieme, magari tre locali nella zona gay, comodi. Oppure ci facciamo la casa nei sobborghi, villetta, giardino dove fare cene con gli amici, cane). Io credo che chi nasce senza gambe non può sognare di correre. Forse né voi né tutti i vostri amici avete il desiderio o la necessità di sposarvi. Ma dovremmo aprire la strada per chi verrà dopo di noi. Se ora si può scopare liberamente in una sauna o cercare un amico in internet, lo dobbiamo a chi ha lottato prima di noi, rimettendoci in tranquillità. Erano, sono persone che spesso non avevano grandi problemi nel loro specifico ambiente, ma che pensavano anche che tutti dovessero avere lo stesso diritto ad amare, anche chi viveva in un piccolo centro, o chi proveniva da una famiglia religiosa, o chi non aveva le spalle grosse per sopportare ogni piccola violenza.
A me hanno insegnato, quando mi spoglio davanti a qualcuno, di togliermi prima scarpe e calzini, e solo dopo sfilare i pantaloni. Perché un uomo nudo coi calzini è antiestetico, mi dicevano.
Ora si sfilano i pantaloni e si lasciano le calze anche mentre si scopa. L’avevo imparato quando un amante mi chiese di rimettermi le calze per scopare, ed io ero invece completamente nudo e senza neppure l’orologio. Capisco tutti i feticismi, io pure ne ho qualcuno, ma quello del calzino mi sembra un feticismo estetico indotto dalle immagini della pornografia commerciale. Io faccio attenzione che i miei feticci abbiano un senso profondo, per sfruttarne meglio i vantaggi e le potenzialità. Scoprire che il proprio feticcio è indotto solo dalla moda porta anche a grossi svantaggi pratici: nel momento che cambia lo stile del momento ci ritroviamo senza oggetti di desiderio. Io a diciotto anni amavo i baffi, passati di moda ho dovuto adattarmi a pizzetti e barbe, non senza una certa difficoltà. Ma ho amici che sono indissolublmente legati, per la loro soddisfazione sessuale, a tatuaggi, a capelli tinti di biondo, a pantaloni bassi in vita, a costumi da bagno lunghi fino al ginocchio. C’è chi tiene nell’armadio i costumi per rivestire l’amante occasionale, per fargli interpretare il suo feticcio. C’è chi cambia e si adatta, ed è felice di trovare nuovi feticci da amare. C’è chi incontra un ragazzo proprio su misura e gli chiede di non cambiare più per tutta la vita, a parte un naturale e lento invecchiamento.
Non vorrei lanciarmi in argomenti troppo alti per i miei mezzi, come il dilemma “essere o apparire”, ma spesso le cose che mi stanno intorno portano i miei pensieri a quello.
Non vorrei essere sieropositivo. Ma non serve a nulla comportarmi come se non lo fossi. Curare se possibile, per proteggere gli altri, avvisare i fidanzati e chi vive con noi, perché non segua la nostra sorte per un banale incidente domestico o per un terribile egoistico calcolo.
Vorrei essere bellissimo, non per me, per gli altri. Non vorrei che spogliandomi in spiaggia qualcuno possa pensare che con la mia esposizione io abbia rovinato il quadro perfetto delle sue vacanze. No, non è vero. Quando sento dire che in spiaggia si dovrebbe spogliare solo chi ha un fisico che glielo può permettere, mi arrabbio tantissimo. Aspetto il giorno che anche loro diventeranno raggrinziti, con la pelle macchiata e i le articolazioni indurite. Desidero che quel giorno abbiano il desiderio fortissimo di sdraiarsi al sole, di stare al mondo senza doversi nascondere. Non è vero neppure questo. Desidero invece che si innamorino perdutamente di una persona meravigliosa ma che per estetica sia l’esatto opposto del loro desiderio, così potranno imparare a considerare le persone per quel che sono dentro e non per quel che appaiono fuori.
Vorrei che servisse a chi tratta una persona malata diversamente da una persona “e basta”. Aumentano gli interventi di chirurgia estetica, gli armadi sono sempre più grandi e sempre più pieni di vestiti bellissimi, le automobili sono sempre più potenti nonostante la crisi energetica. Non stupiamoci se un ragazzo, scoprendo di essere sieropositivo, lo nasconde. Forse vuole vivere questa cosa già orribile senza che altri infieriscano ulteriormente. Forse non vuole essere trattato da malato, forse non vuole essere indicato coll’indice quando entra in un locale gay, forse non vuole che si faccia il vuoto intorno quando è nella stessa dark room in cui prima si accalcavano tutti addosso a lui. Forse non è tutta colpa sua se pur di nascondere l’infezione rinuncia anche a curarsi. Forse non è tutta colpa sua se quella di infettare gli altri non sarà la sua prima preoccupazione nella vita.
Anch’io vorrei apparire sano e forte. Mi terrorizzava l’idea di dover confessare a tutti di essere sieropositivo. Pensavo di rimanere da solo, immaginavo che avrebbero parlato alle mie spalle commiserandomi ma senza il coraggio di avvicinarsi più. A me è andata bene. Non ho perso gli amici, non ho perso i familiari, ho trovato un fior di fidanzato.
Vorrei che tutti potessero farlo, che tutti fossero liberi di chiedere aiuto, affetto e amore senza il timore di trovarsi irrimediabilmente soli. Dipende da tutti noi.
Da quanto tempo non fate controlli ed esami per le malattie a trasmissione sessuale? Non sapere di essere infetti non equivale ad essere sani. Avete considerato la possibilità di essere sieropositivi all’HIV, di avere la sifilide oppure l’epatite B e, non sapendolo, di essere gli inconsapevoli (ma non incolpevoli) untori delle persone che vi attraggono di più e che sono attratte da voi, di quelle che vi amano, di quelle che vi stanno vicine? Pensate veramente che l’essenza della vostra vita sia racchiusa in pochi anni di sfavillante gioventù da vivere senza limiti e senza proccupazioni? Davanti a voi non trovere un confine netto che dice “bravo, hai fatto tutto quello che ti serviva, hai raggiunto il punteggio massimo”. La vita scorre continua e ogni rischio sottovalutato oggi chiederà il suo pagamento sempre troppo presto. Non parlo solo del sesso sicuro, della cura delle malattie infettive, ma anche di una vita più sana, col rispetto per il proprio organismo, col rispetto della propria personalità, dei propri diritti. Amare la salute degli altri, rispettare le altrui diversità. Discorsi universali, totali.
Intanto iniziate ad usare il preservativo in modo accurato, non solo qualche volta come alibi. Fate gli esami per la sifilide, il vaccino per l’epatite e quant’altro l’infettologo vi potrà consigliare se sarete sinceri sul tipo e quantità dei vostri rapporti sessuali. Il rispetto per voi e per gli altri incomincia anche da qui.
Io, per conto mio, sono qui a combattere con l’ennesima dieta per cercare di diminuire la pancia. Perché se sono ancora vivo lo devo senz’altro ai farmaci antiretrovirali, ma gli effetti collaterali sono davvero devastanti. Uno di questi è quello che in inglese si chiama “Crix belly” ovvero “pancia da Crix”. Fa riferimento al Crixivan che è uno dei farmaci che maggiormente crea un’alterazione del metabolismo che porta allo sviluppo della pancia, di solito accompagnato al dimagramento di braccia, gambe e natiche, più un paio di incavi al posto delle guance (sì, lo so, è orrendo, ma càpita anche questo). Per cui navigavo in rete con le parole chiave e mi sono imbattuto nel sito www.stopaids.org del gruppo di persone sieropositive di San Francisco “Stop Aids Project”. Una delle loro campagne di prevenzione si chiama “Hiv is no picnic”. Io cercavo notizie mediche su come combattere la mia odiata pancia e mi sono invece imbattuto in una campagna coi fiocchi (rossi) volta a informare chi è sieronegativo che pur esistendo cure efficaci per combattere l’HIV, i loro effetti collaterali sono senz’altro peggio che fare sesso sicuro.
Dietro alla frase garbata che l’HIV non è una passeggiata ci sono quattro manifesti crudi ma onesti. Il primo, con una fotografia di un uomo di profilo, magro con la pancia, dice: “Di solito mi piaceva il mio aspetto. Ora sembro una donna incinta. Tutte le medicine che ho assunto per combattere l’HIV hanno cambiato il mio corpo in modo strano e non attraente. Non capitemi male, io sono veramente felice di essere vivo, ma l’HIV non è una passeggiata. Non mi interessa quanto è buono il sesso o quanto è eccitante un ragazzo, niente vale la pena per quello che sto passando ora”.
Un altro parla delle sudorazioni notturne, un altro delle diarree, un altro della lipodistrofia alla faccia. Con un avviso, che le cure non funzionano con tutti e neppure per sempre.
Le persone HIV+ dicono alle persone HIV- la semplice verità su come si vive con l’HIV, lo fanno per amore.
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